Mi chiamo Fenix Lette . Ho trentasette anni. Figlio unico del cantante Adrian Lette e della pianista Nerea Nictis. Fino a una settimana fa ero medico presso l’Ospedale del Mare di Arsta. Ora dopo lo scandalo, non lo sono più. Questa è la mia lettera d’addio. Madre: non addolorarti troppo. Padre: perdonami.
Per chi troverà il mio corpo: la prego di consegnare questa lettera ai miei genitori. Potrà trovarli per i prossimi sei mesi al Teatro ex-Imperiale di Vimmendi.
Non so che altro aggiungere. Il cellulare non smette di squillare da quando la notizia si è diffusa. Ho perso la reputazione, il rispetto dei colleghi e, infine, anche il lavoro. Non mi resta più nulla per il quale vale la pena vivere, quindi ho deciso di lanciarmi dal balcone del mio appartamento con indosso il mio vestito migliore. Spero di non coinvolgere nessun passante.
Ho sperato che immergermi nella scrittura di questa lettera mi regalasse almeno un po’ di serenità, invece quel maledetto telefono ha ricominciato a squillare. Ho deciso di rispondere alla prossima chiamata, così potrò sfogare un po’ del mio dolore. Dopodiché lo spegnerò per l’ultima volta.
Per chi troverà il mio corpo: la prego di consegnare questa lettera ai miei genitori. Potrà trovarli per i prossimi sei mesi al Teatro ex-Imperiale di Vimmendi.
Non so che altro aggiungere. Il cellulare non smette di squillare da quando la notizia si è diffusa. Ho perso la reputazione, il rispetto dei colleghi e, infine, anche il lavoro. Non mi resta più nulla per il quale vale la pena vivere, quindi ho deciso di lanciarmi dal balcone del mio appartamento con indosso il mio vestito migliore. Spero di non coinvolgere nessun passante.
Ho sperato che immergermi nella scrittura di questa lettera mi regalasse almeno un po’ di serenità, invece quel maledetto telefono ha ricominciato a squillare. Ho deciso di rispondere alla prossima chiamata, così potrò sfogare un po’ del mio dolore. Dopodiché lo spegnerò per l’ultima volta.
Sono due mesi che non torno al mio appartamento. Ho trovato questa lettera appena iniziata là dove l’avevo lasciata e, ho deciso di concluderne la scrittura. Dopotutto non ho cambiato le mie intenzioni.
La telefonata che ricevetti con mia sorpresa non era dell’ennesima donna indignata per quello che avevo fatto, bensì di un uomo con un accento dell’ovest: mi stava offrendo un posto di lavoro. “Considerata la sua posizione” disse. Superato un iniziale momento di confusione, decisi di accettare l’offerta. E così, il giorno dopo mi diressi verso l’ufficio che l’uomo mi aveva indicato. Pensandoci ora, sarebbe stato meglio non rispondere affatto a quella telefonata.
Arrivato sul posto, trovai un palazzo bianco di nuova costruzione – sono certo che in precedenza ci fosse un parcheggio al suo posto – poco fuori dal centro storico. Mi chiesi come avessero avuto il permesso di alzare un simile pugno nell’occhio al decoro urbano, ma in fondo poco me ne importava: ero mosso solo dalla curiosità, l’unica forza che ancora mi teneva in vita. Mi domandavo perché offrire un lavoro a un medico caduto in disgrazia come me? In ogni caso entrai nell’edificio dal portone, inspiegabilmente lasciato aperto.
La telefonata che ricevetti con mia sorpresa non era dell’ennesima donna indignata per quello che avevo fatto, bensì di un uomo con un accento dell’ovest: mi stava offrendo un posto di lavoro. “Considerata la sua posizione” disse. Superato un iniziale momento di confusione, decisi di accettare l’offerta. E così, il giorno dopo mi diressi verso l’ufficio che l’uomo mi aveva indicato. Pensandoci ora, sarebbe stato meglio non rispondere affatto a quella telefonata.
Arrivato sul posto, trovai un palazzo bianco di nuova costruzione – sono certo che in precedenza ci fosse un parcheggio al suo posto – poco fuori dal centro storico. Mi chiesi come avessero avuto il permesso di alzare un simile pugno nell’occhio al decoro urbano, ma in fondo poco me ne importava: ero mosso solo dalla curiosità, l’unica forza che ancora mi teneva in vita. Mi domandavo perché offrire un lavoro a un medico caduto in disgrazia come me? In ogni caso entrai nell’edificio dal portone, inspiegabilmente lasciato aperto.
Mi ritrovai in una minuscola stanza, senza finestre, e completamente spoglia, fatta eccezione per due sedie pieghevoli e una minuscola scrivania, dietro la quale c’era una giovane donna in tailleur azzurro. Mi rivolsi a lei per avere delle indicazioni. Lei sapeva perfettamente chi io fossi e, senza perdere il sorriso, mi accompagnò all’esterno per la strada che avevo appena percorso; svoltò a sinistra e si arrampicò su una stretta rampa di scale d’emergenza, nascosta dall’ombra dello stesso edificio. Io la seguivo senza farmi troppe domande e senza farmi troppi problemi nel guardarle il sedere. In cima alle scale, attraversammo una porta e ci ritrovammo in uno stanzino. Vi erano soltanto le porte di un ascensore. Vi entrammo assieme.
«Sa» mi disse continuando a darmi le spalle. «So perfettamente cosa ha fatto. Dovrebbe vergognarsi»
«Infatti» le risposi.
«Il signor Esposito è molto gentile a volerle offrire un lavoro tanto importante»
«Il signor Esposito?» le chiesi. «È la prima volta che sento questo nome. È il selezionatore dei candidati?»
«No» mi rispose con una punta di orgoglio nella voce. «Il signor Esposito è il nostro presidente. Si occupa personalmente delle ipotetiche nuove assunzioni. È con lui che deve aver parlato a telefono»
L’accento dell’uomo e il suo cognome mi confermarono che lui non doveva essere originario di Arsta. Forse proveniva dalla zona di Valtea, oppure da qualche parte attorno alla Palude.
«Quindi, il signor Esposito viene da Valtea?» provai a chiederle.
«No. Il signor Esposito è cittadino del mondo» mi rispose con una punta di stizza.
Ho sempre considerato la definizione di “Cittadino del mondo” come qualcosa di stupido: di lì a poco tempo dovetti ricredermi completamente. L’ascensore si fermò e le porte si aprirono su un corridoio completamente buio: una luce d’emergenza sul fondo era l’unico punto di riferimento nell’oscurità.
«Prego» mi disse la donna rivolgendomi un sorriso fin troppo allegro. «Il signor Esposito la sta aspettando»
«Lei sta scherzando» le dissi allungando la testa oltre la soglia dell’ascensore nel tentativo di decifrare lo spazio. Per tutta risposta la donna mi spinse e, perdendo l’equilibrio, caddi a faccia per terra. Mi voltai rapidamente ma le porte si stavano già chiudendo, mentre la stronza mi salutava con la mano. Nel buio la prima cosa che cercai di fare era di chiamare nuovamente l’ascensore ma mi accorsi, tastando il muro, che non vi erano pulsanti di chiamata. Con il cuore in gola e la consapevolezza che avrei subito da lì a pochi minuti un espianto completo, mi diressi verso la luce d’emergenza.
Nell’oscurità il silenzio era totale. Solo i miei passi esitanti riecheggiavano nel corridoio. Riuscivo solo a concentrarmi su quella piccola luce che mi chiamava a sé. Nel buio non riuscivo neppure a vedere il mio corpo, anzi era come se fossi già morto e aleggiassi come uno spirito. Privo di sostanza. Ma era solo un inganno percettivo: il suono dei miei passi era una prova inattaccabile. Solo che, mentre mi muovevo, mi accorsi di un problema: l’eco che producevano diventava sempre più intenso, come se mi trovassi in una sala concerti piuttosto che in un corridoio. Provai a sondare il buio per decifrarne l’ampiezza ma era impossibile. Solo la luce era l’unica certezza visiva ma, anziché avvicinarsi pareva allontanarsi. Non capivo cosa stesse succedendo e la confusione si trasformò in spavento quando sentii uno Shhh alle mie spalle. Mi voltai di scatto ma nulla. Chiesi all’oscurità se ci fosse qualcuno: nessuna risposta. Con cautela ricominciai a camminare verso la luce, convinto che prima o poi l’avrei raggiunta, ma un colpo di tosse mi fece voltare di nuovo. Iniziavo a essere sempre più terrorizzato e praticamente certo di essere seguito da qualcuno non troppo preoccupato di celare la sua presenza. Ma perché fare quel teatrino invece di aggredirmi e basta? Mi voltai di nuovo per continuare il mio percorso, solo che la luce era sparita. Sostituita da un palcoscenico con sopra un violoncello, illuminato da uno stretto cono di luce. Attorno mi si era generata una platea gremita da persone in penombra. Non mi prestavano la minima attenzione: erano tutti concentrati sul quel violoncello solitario, in attesa.
Senza saper cosa fare, mi diressi a malincuore su per le scalette che davano accesso al palco. Sapevo già cosa sarebbe accaduto. Quello era un ricordo della mia adolescenza e del mio grande fallimento, quando capii che la musica non sarebbe mai stata la mia strada. Come in un incubo ricorrente salii sul palco e afferrai il violoncello. Nessuno sembrò reagire alla mia comparsa. Cercai di richiamare alla mente una canzone, anche la più semplice, ma non feci in tempo: apparve mio padre. Si piazzò davanti a me, enorme, con uno sguardo severo e appoggiato all’archetto come se fosse un lungo bastone.
«Non sei nient’altro che una delusione costante. Come fai a essere mio figlio?»
In un istante le lacrime mi offuscarono la vista ma, provai lo stesso a suonare qualcosa. Il primo tocco produsse un rumore terribile, uno stridio talmente forte che il pubblico in sala iniziò a lanciare qualunque cosa: rotoli di carta igienica, spartiti arrotolati, una busta di patatine aperta, uno zaino pieno di biglie di vetro, persino del cibo. Pieno di vergogna, guardai mio padre sperando in un suo aiuto, ma quello di tutta risposta impugnò l’archetto, pronto a colpirmi. Allora abbandonai il violoncello e scappai attraverso il sipario. Solo che non trovai alcun retropalco.
Oltre il sipario si apriva una voragine, immensa e senza fondo. Una piccola scaletta di metallo arrugginito permetteva di scendere: terrorizzato dalla minaccia di mio padre, vi saltai sopra senza pensarci e col viso solcato dalle lacrime iniziai la mia discesa nell’oscurità. L’aria era pregna di un olezzo che non riuscirei a descrivere: una mescolanza di sporcizia, fogna e feci. L’idea di raggiungere l’origine di quel tanfo mi ripugnava ma, con l’oscurità ormai sia sopra che sotto, non potevo far altro che scendere, mentre mi ripetevo che quello doveva essere un incubo.
I miei piedi toccarono il fondo abbastanza rapidamente: era meno profondo di quanto sembrasse. Dall’alto non arrivava nessuna luce e quindi ero praticamente cieco. Provai a muovere qualche passo incerto, ma l’unico risultato che ottenni fu di perdere la scaletta. In quelle condizioni non sarei mai più riuscito a risalire. Mi convinsi che sarei rimasto per sempre lì, dimenticato dal mondo intero, senza neppure una tomba a perpetrare la mia memoria. Mi lasciai cadere in posizione fetale e lì decisi di aspettare che l’inedia facesse il suo corso. Attesi a lungo, pregando che il mattino mettesse fine a quell’incubo.
Ma non fu così. All’improvviso dal vuoto affiorò un suono. Diventava sempre più forte e distinguibile: una folla in corsa. Mi guardai attorno ma non vidi nulla: solo lo scalpiccio di piedi nudi contro il pavimento. Poi in lontananza avvamparono dei fuochi: sembravano lontani decine di metri e io vi ero al centro. Grazie alla luce del fuoco vidi chi stava producendo quei suoni: decine e decine di donne nude stavano correndo contro di me. Terrorizzato schizzai in piedi alla ricerca di una via di fuga ma non ne trovai. La scaletta era di fatto scomparsa. Fui circondato in un secondo da quelle donne che, senza dire nulla, iniziarono a colpirmi selvaggiamente. Scioccamente provai a difendermi come potevo, ma in un attimo tutto ciò che riuscii a provare era dolore. Ero convinto che sarei morto in quel modo: punito dalle stesse donne di cui avevo suscitato le ire per il mio comportamento. Era giusto: il linciaggio, dopotutto, poteva essere liberatorio per entrambe le parti coinvolte. Eppure sopravvissi, poiché così rapido come era iniziato, il pestaggio finì di colpo e con esso l’idea che quello fosse un incubo.
Anche in quel caso ero scampato alla punizione che sentivo di dover meritare. Lì con il corpo spezzato, disteso per terra in un luogo i cui confini si perdevano nell’oscurità, non potevo non chiedermi per quale motivo rialzarmi: sarebbe stato molto più semplice lasciarmi morire. Con tutte le ferite che avevo non ci sarebbe voluto molto. In quel momento pensai che non si poteva sfuggire al proprio destino. Quel giorno sarei dovuto morire, solo non nella maniera che avevo deciso. L’universo è riuscito anche a togliermi quell’ultima libertà. Credevo di avere controllo della mia vita e che tutto si sarebbe sempre mosso per realizzare i miei desideri e capricci. Mi sbagliavo. Oh, quanto mi sbagliavo! Ero così impegnato a commiserarmi che non mi accorsi subito della stella.
Era apparsa all’improvviso proprio in mezzo al mio campo visivo. Seppur piccola e flebile riuscii di nuovo a indirizzare lo sguardo verso qualcosa, dopo che i fuochi si erano spenti. Non mi accorsi subito che stava diventando sempre più intensa, o meglio, sempre più vicina. Sul momento mi chiesi se la morte avesse dei meccanismi tutti suoi per venirsi a prendere un moribondo come me. Si fermò a poco più di un paio di metri sopra di me. Era rettangolare ed emetteva uno fischio, uguale in tutto e per tutto, a una stupida luce d’emergenza. Come apparsa dal nulla, tra me e la luce si aprì una porta e così capii di trovarmi disteso per terra. Ne fece capolino un uomo di cui non riuscivo a distinguere i lineamenti.
«Signor Lette? È lei?» mi disse. «Cosa ci fa buttato per terra?»
Ne riconobbi subito l’accento straniero. Provai a rispondere ma non mi uscivano le parole di bocca.
«Oddio!» disse. «Mi deve perdonare»
Sparì per un attimo e un bagliore tremendo esplose tutt’intorno, costringendomi a chiudere gli occhi. Quando potei riaprirli, capii di trovarmi in un corridoio con decine di porte chiuse. Dall’altro capo, le porte dell’ascensore. L’uomo riapparve.
«Mi scusi ancora, ma è da poco che abbiamo rilevato questi uffici e non sono ancora molto pratico»
Mi porse una mano. «Venga» mi invitò «La aiuto a rialzarsi»
Allungai una mano per afferrare quella dell’uomo e con sorpresa notai che il corpo non mi doleva più. L’uomo mi aiutò ad alzarmi e mi invitò nell’ufficio. Ancora confuso lanciai un’occhiata al corridoio, ormai illuminato, prima che la porta venisse richiusa.
L’ufficio era terribilmente scarno: un finestrone sul fondo con le tende tirate, una scrivania e due sedie. Sembrava proprio che nessuno si fosse preso la briga di personalizzare l’ambiente. L’uomo si sedette dietro la scrivania e io presi posto davanti a lui, continuando a tastarmi in cerca delle ferite che fino a pochi attimi fa mi laceravano il corpo.
«La vedo leggermente confuso» iniziò a parlare l’uomo. «Per adesso, quindi, parlerò io. Prima di tutto, mi presento. Mi chiamo Federico Esposito e sono il presidente di questa filiale. Come può vedere, l’apertura della filiale è recente e siamo in cerca di personale. Ma immagino che lei voglia avere qualche informazione in più sul lavoro che svolgerà, sempre se vorrà accettare la nostra offerta. Prima che continui, ha qualche domanda?»
Cercavo di seguire il discorso di quell’uomo, ma non riuscivo ancora a dare un senso a cosa mi era accaduto. Mi trovavo sul fondo di un pozzo oscuro, e prima ancora in un teatro. Non capivo come fossi riuscito a tornare nel corridoio. Mi ero davvero spostato, oppure ero sempre rimasto dentro quel corridoio? E, soprattutto, le ferite che avevo subito che fine avevano fatto? Forse era stata tutta un’allucinazione, ma non ho mai sofferto di disturbi di questo tipo e non ho mai assunto nessun tipo di allucinogeno. Avevo solo una domanda e l’uomo davanti a me aveva la risposta o, almeno, ne ero convinto.
«Cosa mi è successo in quel corridoio?» gli chiesi senza preoccuparmi di dargli spiegazioni.
«Ah» rispose. «Quello era una specie di test. Vede: dovevo capire se lei avesse le potenzialità per svolgere il lavoro. A quanto pare, direi proprio di sì! Congratulazioni!»
«Mi deve perdonare» gli dissi leggermente stizzito. «Ma non ha risposto alla mia domanda»
«Adesso ci arrivo, non si preoccupi. L’esperienza che ha vissuto è parte essenziale del lavoro che svolgeremo insieme. Diciamo che è lo strumento fondamentale. Senza di esso non avremmo potuto fare quello che abbiamo fatto nelle altre città. Dieci mesi fa decisi che la grande città di Arsta aveva bisogno della nostra azienda e, dopo aver organizzato tutto, mi è stata affidata la gestione di questo ufficio. E, le devo confidare, non vedo l’ora di iniziare»
«Sì» gli dissi. «Ma cosa fa la sua azienda?»
«Impediamo al mondo di cadere in pezzi» mi rispose con un sorrisetto.
«Cosa?» gli chiesi incredulo. Ripreso pieno controllo di me stesso, non potevo credere all’assurdità di quella risposta.
«Provi a immaginare» iniziò il presidente. «che il mondo intero non si sostenga solo sulle leggi della fisica. Vi è una forza latente che tiene uniti gli esseri umani. Sa, quell’energia che ci permette di prendere decisioni, camminare o, in una parola, vivere. Tutti noi condividiamo quella forza ed essa svolge una funzione essenziale nell’impedire all’umanità di autodistruggersi. Se l’energia dell’umanità punta troppo in direzione negativa piuttosto che positiva si potrebbe scatenare una serie di eventi catastrofici. Al contrario una tendenza troppo positiva potrebbe portare a un’eccessiva inerzia nelle persone impedendo la crescita collettiva. Onde evitare simili problemi, l’azienda ha sviluppato lo strumento che lei ha appena esperito per mantenere in equilibrio questa energia»
«Senta» lo interrompo. «Trovo molto difficile credere a ciò che mi sta raccontando. È la prima volta che ne sento parlare e non ci sono ricerche o pubblicazioni scientifiche tra le molte che consulto che trattino di questi argomenti. Cioè, mi chiedo, perché ha chiamato proprio me? Io sono un medico!»
«E chi meglio di lei per curare l’umanità? Ha visto cosa riesce a fare. Potrebbe entrare all’interno della psiche umana come si fa con una casa o una caverna. Dice che trova difficile credermi? Lei in prima persona si è trovato a passeggiare nella sua mente come se nulla fosse!»
«Come se nulla fosse?! È stata un’esperienza orribile! Ho temuto di non uscirne vivo e lei mi sta dicendo che è stata colpa di questo suo strumento?! Dovrei denunciarla, altro che farmi assumere!»
«Per questo non ho scelto lei a caso» mi rispose sornione. «Non ha più niente da perdere se non sbaglio, no?»
«Ma come si permette?» gli risposi indignato. «Io sono un uomo rispettabile e non permetto a uno straniero qualunque di giudicarmi!»
Senza riflettere ero scattato in piedi e stavo pensando seriamente di andarmene. Se lo avessi fatto, forse, adesso non starei scrivendo questa lettera d’addio.
Lui mi guardò per un attimo, più per fare una pausa a effetto che per riflettere su quello che avevo detto.
«Senta» disse infine. «Prima ho seguito il suo percorso. Ho visto ciò che lei ha vissuto. In più conosco lo scandalo che l’ha coinvolta, se vogliamo chiamarlo così. Se lei non fosse stato un membro dell’élite, a quest’ora starebbe già in galera o sotto processo. Quindi non mi venga a parlare di rispettabilità perché per me lei ne ha molta poca dopo quello che ha fatto»
«Ma è stato lei a contattarmi!»
«Sì, perché lei può svolgere il lavoro, ma questo non significa che mi deve piacere. Eppure non è questo il punto. Siamo qui per permettere al mondo di continuare a esistere. Chi sono io o chi è lei sono argomenti che non hanno alcuna importanza»
«Vedo molto difficile che quello in cui crede sia vero...»
«Davvero? Lei quanti suicidi ha sventato? Quante guerre ha impedito senza che nessuno venisse ucciso? Quante volte ha impedito che venissimo tutti vaporizzati da una bella pioggia di bombe? Quante mogli ha salvato dai propri mariti? Quante figlie dai propri padri?»
«Ho salvato molte persone»
«Lei cura la malattia. Io impedisco che la malattia appaia. Veda: il motivo per cui non ha mai sentito parlare di noi è perché i nostri successi sono quelle giornate in cui non è accaduto nulla di tragico. Il nostro è un lavoro molto duro, non glielo voglio nascondere. Eppure i risultati sono più che evidenti: se uno ha la forza di volontà di continuare potrebbe riuscire a comprendere la psiche umana a un livello mai sperimentato prima. So che la cosa la incuriosisce, come so già che tutto quello che stiamo dicendo è superfluo. Lei vuole questo lavoro, o sbaglio?»
In quel momento mi sentivo completamente assoggettato dallo strano carisma di quell’uomo. A lui non interessava chi io fossi o cosa avessi fatto. Era proiettato verso un obiettivo, e raggiungerlo era tutto ciò che gli importava. Rispettavo questa determinazione e, per un momento, lo invidiai. Io ero così succube della considerazione degli altri. Desideravo ardentemente essere rispettato. Per lui, invece, contava solo ciò che andava fatto, a prescindere che il suo operato venisse riconosciuto dagli altri. Dovetti ammettere che ciò lo rendeva un uomo migliore di me.
«No. Non sbaglia» gli risposi infine. E sia maledetto quel momento.
Finito quel colloquio mi ritrovai subito a lavorare. Avevo una stanza personale con una scrivania spoglia, una sedia e un distributore di cibo e bevande. Lì dentro ho vissuto negli ultimi mesi. Per le prime volte il presidente mi fece un po’ di apprendistato, accompagnandomi all’interno di alcune menti e spiegandomi come modificarne l’essenza più profonda. Scoprii l’incredibile potere che quello strumento poteva esercitare e me ne sentii in un primo momento ubriaco. Potevo letteralmente riscrivere la mente delle persone: ero io a decidere quali sarebbero stati i loro pensieri, quelli presenti e quelli futuri. Era eccitante sotto un certo aspetto. Il mio primo pensiero, invece, fu di trarne un vantaggio personale, ma ero costantemente controllato dal presidente o, meglio, non potevo sapere quando sarebbe intervenuto durante una sessione, per cui non potevo prendermi troppe libertà. Non che poi avrei potuto farci qualche cosa.
Approfitterei di questo momento per raccontare come svolgevo quel nuovo lavoro e su come avvenivano le immersioni. Partiva tutto da una pila di documenti posti sulla destra della scrivania. Veniva aggiornata quasi ogni giorno da non ho mai scoperto chi: l’unica cosa che capivo era che i fogli non riuscivano mai a diminuire. Ogni documento era composto da informazioni personali con foto allegata del soggetto di turno. Tutto quello che dovevo fare era leggerne le generalità. Successivamente andava inserita all’interno del macchinario, l’Emettitore di Pensiero, essenzialmente una scatola grigia con una fessura per inserire i fogli. La macchina a quel punto elaborava i dati del documento e iniziava a emettere delle frequenze. A quel punto dovevo solo chiudere gli occhi e nel giro di pochi secondi mi trovavo a vagare per la mente del soggetto. L’emissione delle frequenze aveva sempre la durata di dieci minuti per impedire un’immersione troppo prolungata. Nonostante questa accortezza, il tempo reale dell’immersione era molto variabile: per esempio ho vissuto due settimane all’interno della mente di un pescatore che faceva pensieri osceni sulle amiche della figlia. Una volta riemerso non dovevo far altro che compilare un rapporto e lasciarlo sulla sinistra della scrivania. Ogni sera qualcuno veniva a raccogliere tutti i rapporti.
Così passavo la quasi totalità del tempo dentro le menti di quante più persone possibile. Non di certo per l’assurda convinzione di salvare il mondo, ma per apprendere il più possibile sull’animo umano. Il presidente aveva capito chi io fossi prima ancora del nostro incontro. È riuscito a intuire come funzionasse la mia mente e ha mosso i fili giusti per convincermi a fare ciò che lui voleva che facessi. Volevo ottenere quella capacità e, quindi, volevo comprendere il funzionamento della mente umana. Ma, ancora una volta, le cose non andarono come avevo pianificato.
La prima mente in cui mi immersi era di una maestra di scuola: nel momento in cui entrai venni sommerso da anni e anni di abusi da parte dei genitori. Venni trascinato in una spirale di dolore che scavava sempre più nel profondo della sua psiche. In confronto il pozzo della mia mente non era nulla. Reso cieco dall’oscurità, sordo dalle infinite grida e distrutto da continue percosse ero certo che mi sarei perso per sempre. Fortunatamente il presidente era con me: mi insegnò come vivere quelle terribili esperienze mantenendo una parte della mia psiche al sicuro. Solo in quel modo era possibile rimodellare le menti.
Fu così che vidi per la prima volta la forma sommersa di una mente. Era come una specie di pentagramma le cui linee curvavano e si annodavano senza un ordine preciso. Il mio scopo era sciogliere i nodi più traumatici e reindirizzare le azioni future delle persone. La maestra, infatti, era ossessionata da immagini di atti pedofili, probabilmente generati dalle violenze subite da piccola, ma non ancora concretizzati. Il presidente mi spiegò che noi non potevamo modificare i ricordi del passato — i traumi sarebbero sempre rimasti lì — bensì potevamo influenzare il modo in cui le persone si sarebbero comportate in futuro, eliminando il collegamento tra trauma e comportamento. Il presidente mi mostrò come riconoscere e districare questi nodi mentali per ottenere i risultati giusti. Era incredibile quanto potessi andare in profondità. In breve tempo entrare nella mente di chiunque finisse sulla mia scrivania divenne semplice come leggere un libro.
Anche troppo semplice. Entrai nella mente di un impiegato di banca che nascondeva il desiderio di fare una strage in ufficio: lo portai a cambiare lavoro. Sondai i traumi di una quindicenne intrappolata in una relaziona tossica con un quarantenne: la convinsi a lasciarlo e ad andare alla polizia. Scoprii i sogni perversi e orgiastici di un cuoco vergine che passava ogni momento libero a masturbarsi sulle clienti: lo convinsi ad andare in terapia.
Non facevo nient’altro. Le mie giornate erano scandite da innumerevoli perversioni e infiniti traumi: dietro il volto di ogni essere umano che sondavo si nascondeva un universo di depravazione e mostruosità talmente vasto che avrebbe potuto inghiottire il mondo intero. Immergendomi, infine, capii cosa intendesse il presidente: il mio tentativo di risanare quell’oscurità era l’unico modo per salvare il mondo da quegli atti scellerati. Se tutti loro avessero dato sfogo alle loro pulsioni più segrete, presto l’umanità avrebbe divorato se stessa.
Eppure non ne avvertivo alcuna responsabilità. Col passare delle settimane l’unica emozione che provai fu il disgusto. Queste creature che si fanno chiamare umane non fanno altro che desiderare violenza e morte. Le stesse persone che mi stavano mettendo alla gogna per lo scandalo, al mio posto si sarebbero comportate allo stesso modo, se non peggio. Questa consapevolezza era — e tuttora ancora lo è — inaccettabile, eppure continuai a entrare in quelle turpi menti. Volevo capire perché tutti celassero simili orrori nelle proprie menti e, soprattutto, ero curioso di trovare qualche eccezione, ma non ne trovai.
L’ufficio provvedeva a ogni mia esigenza: cibo, cambi d’abito e una stanza per dormire. In pratica mi ero ritrovato a vivere lì dentro senza rendermene conto. Nonostante ciò, dopo ormai due mesi interamente dedicati al lavoro e, sopratutto, di completo isolamento, sentii la necessità di uscire. Dopo tutte quelle immersioni, sprofondato nelle più marce perversioni umane fino al collo, avevo bisogno di una pausa. Decisi di tornare a casa. Avevo intenzione di rilassarmi, magari andare a mangiare qualcosa di vero attorno all’ufficio: dopotutto quella zona era piena di localini discreti. Tuttavia non sono riuscito a trovare alcun tipo ristoro: come misi piedi fuori l’ufficio, evitando di proposito lo sguardo fin troppo sorridente della donna alla reception, apparvero loro.
Ero ormai uscito dall’edificio quando notai di essere seguito dalla maestra potenzialmente pedofila. Levitava a pochi centimetri da terra, come una specie di strano fantasma, il volto deformato da un’espressione di profondo dolore. Come si accorse del mio sguardo iniziò a urlare a squarciagola. La sua apparizione mi terrorizzò e scappai via, in direzione di casa mia. Non riuscivo a capire cosa stesse accadendo: forse tutte quelle immersioni avevano avuto delle conseguenze sulla mia psiche, provocandomi quelle allucinazioni.
Mi mescolavo tra la folla pomeridiana intenta a scegliere in quali locali passare la serata, mentre sentivo sudore freddo scendermi lungo la schiena. Ogni volta che mi voltavo verso la presenza, ne riconoscevo altre che a lei si univano nell’inseguimento: erano tutti quelli di cui avevo sondato la mente. Alcuni di loro urlavano, altri ridevano a crepapelle, altri ancora si disperavano, mentre alcuni si limitavano a fissarmi con un inquietante sorriso stampato in faccia. Giuro su ogni forza di questa terra, che non ho mai provato un terrore simile.
«Sa» mi disse continuando a darmi le spalle. «So perfettamente cosa ha fatto. Dovrebbe vergognarsi»
«Infatti» le risposi.
«Il signor Esposito è molto gentile a volerle offrire un lavoro tanto importante»
«Il signor Esposito?» le chiesi. «È la prima volta che sento questo nome. È il selezionatore dei candidati?»
«No» mi rispose con una punta di orgoglio nella voce. «Il signor Esposito è il nostro presidente. Si occupa personalmente delle ipotetiche nuove assunzioni. È con lui che deve aver parlato a telefono»
L’accento dell’uomo e il suo cognome mi confermarono che lui non doveva essere originario di Arsta. Forse proveniva dalla zona di Valtea, oppure da qualche parte attorno alla Palude.
«Quindi, il signor Esposito viene da Valtea?» provai a chiederle.
«No. Il signor Esposito è cittadino del mondo» mi rispose con una punta di stizza.
Ho sempre considerato la definizione di “Cittadino del mondo” come qualcosa di stupido: di lì a poco tempo dovetti ricredermi completamente. L’ascensore si fermò e le porte si aprirono su un corridoio completamente buio: una luce d’emergenza sul fondo era l’unico punto di riferimento nell’oscurità.
«Prego» mi disse la donna rivolgendomi un sorriso fin troppo allegro. «Il signor Esposito la sta aspettando»
«Lei sta scherzando» le dissi allungando la testa oltre la soglia dell’ascensore nel tentativo di decifrare lo spazio. Per tutta risposta la donna mi spinse e, perdendo l’equilibrio, caddi a faccia per terra. Mi voltai rapidamente ma le porte si stavano già chiudendo, mentre la stronza mi salutava con la mano. Nel buio la prima cosa che cercai di fare era di chiamare nuovamente l’ascensore ma mi accorsi, tastando il muro, che non vi erano pulsanti di chiamata. Con il cuore in gola e la consapevolezza che avrei subito da lì a pochi minuti un espianto completo, mi diressi verso la luce d’emergenza.
Nell’oscurità il silenzio era totale. Solo i miei passi esitanti riecheggiavano nel corridoio. Riuscivo solo a concentrarmi su quella piccola luce che mi chiamava a sé. Nel buio non riuscivo neppure a vedere il mio corpo, anzi era come se fossi già morto e aleggiassi come uno spirito. Privo di sostanza. Ma era solo un inganno percettivo: il suono dei miei passi era una prova inattaccabile. Solo che, mentre mi muovevo, mi accorsi di un problema: l’eco che producevano diventava sempre più intenso, come se mi trovassi in una sala concerti piuttosto che in un corridoio. Provai a sondare il buio per decifrarne l’ampiezza ma era impossibile. Solo la luce era l’unica certezza visiva ma, anziché avvicinarsi pareva allontanarsi. Non capivo cosa stesse succedendo e la confusione si trasformò in spavento quando sentii uno Shhh alle mie spalle. Mi voltai di scatto ma nulla. Chiesi all’oscurità se ci fosse qualcuno: nessuna risposta. Con cautela ricominciai a camminare verso la luce, convinto che prima o poi l’avrei raggiunta, ma un colpo di tosse mi fece voltare di nuovo. Iniziavo a essere sempre più terrorizzato e praticamente certo di essere seguito da qualcuno non troppo preoccupato di celare la sua presenza. Ma perché fare quel teatrino invece di aggredirmi e basta? Mi voltai di nuovo per continuare il mio percorso, solo che la luce era sparita. Sostituita da un palcoscenico con sopra un violoncello, illuminato da uno stretto cono di luce. Attorno mi si era generata una platea gremita da persone in penombra. Non mi prestavano la minima attenzione: erano tutti concentrati sul quel violoncello solitario, in attesa.
Senza saper cosa fare, mi diressi a malincuore su per le scalette che davano accesso al palco. Sapevo già cosa sarebbe accaduto. Quello era un ricordo della mia adolescenza e del mio grande fallimento, quando capii che la musica non sarebbe mai stata la mia strada. Come in un incubo ricorrente salii sul palco e afferrai il violoncello. Nessuno sembrò reagire alla mia comparsa. Cercai di richiamare alla mente una canzone, anche la più semplice, ma non feci in tempo: apparve mio padre. Si piazzò davanti a me, enorme, con uno sguardo severo e appoggiato all’archetto come se fosse un lungo bastone.
«Non sei nient’altro che una delusione costante. Come fai a essere mio figlio?»
In un istante le lacrime mi offuscarono la vista ma, provai lo stesso a suonare qualcosa. Il primo tocco produsse un rumore terribile, uno stridio talmente forte che il pubblico in sala iniziò a lanciare qualunque cosa: rotoli di carta igienica, spartiti arrotolati, una busta di patatine aperta, uno zaino pieno di biglie di vetro, persino del cibo. Pieno di vergogna, guardai mio padre sperando in un suo aiuto, ma quello di tutta risposta impugnò l’archetto, pronto a colpirmi. Allora abbandonai il violoncello e scappai attraverso il sipario. Solo che non trovai alcun retropalco.
Oltre il sipario si apriva una voragine, immensa e senza fondo. Una piccola scaletta di metallo arrugginito permetteva di scendere: terrorizzato dalla minaccia di mio padre, vi saltai sopra senza pensarci e col viso solcato dalle lacrime iniziai la mia discesa nell’oscurità. L’aria era pregna di un olezzo che non riuscirei a descrivere: una mescolanza di sporcizia, fogna e feci. L’idea di raggiungere l’origine di quel tanfo mi ripugnava ma, con l’oscurità ormai sia sopra che sotto, non potevo far altro che scendere, mentre mi ripetevo che quello doveva essere un incubo.
I miei piedi toccarono il fondo abbastanza rapidamente: era meno profondo di quanto sembrasse. Dall’alto non arrivava nessuna luce e quindi ero praticamente cieco. Provai a muovere qualche passo incerto, ma l’unico risultato che ottenni fu di perdere la scaletta. In quelle condizioni non sarei mai più riuscito a risalire. Mi convinsi che sarei rimasto per sempre lì, dimenticato dal mondo intero, senza neppure una tomba a perpetrare la mia memoria. Mi lasciai cadere in posizione fetale e lì decisi di aspettare che l’inedia facesse il suo corso. Attesi a lungo, pregando che il mattino mettesse fine a quell’incubo.
Ma non fu così. All’improvviso dal vuoto affiorò un suono. Diventava sempre più forte e distinguibile: una folla in corsa. Mi guardai attorno ma non vidi nulla: solo lo scalpiccio di piedi nudi contro il pavimento. Poi in lontananza avvamparono dei fuochi: sembravano lontani decine di metri e io vi ero al centro. Grazie alla luce del fuoco vidi chi stava producendo quei suoni: decine e decine di donne nude stavano correndo contro di me. Terrorizzato schizzai in piedi alla ricerca di una via di fuga ma non ne trovai. La scaletta era di fatto scomparsa. Fui circondato in un secondo da quelle donne che, senza dire nulla, iniziarono a colpirmi selvaggiamente. Scioccamente provai a difendermi come potevo, ma in un attimo tutto ciò che riuscii a provare era dolore. Ero convinto che sarei morto in quel modo: punito dalle stesse donne di cui avevo suscitato le ire per il mio comportamento. Era giusto: il linciaggio, dopotutto, poteva essere liberatorio per entrambe le parti coinvolte. Eppure sopravvissi, poiché così rapido come era iniziato, il pestaggio finì di colpo e con esso l’idea che quello fosse un incubo.
Anche in quel caso ero scampato alla punizione che sentivo di dover meritare. Lì con il corpo spezzato, disteso per terra in un luogo i cui confini si perdevano nell’oscurità, non potevo non chiedermi per quale motivo rialzarmi: sarebbe stato molto più semplice lasciarmi morire. Con tutte le ferite che avevo non ci sarebbe voluto molto. In quel momento pensai che non si poteva sfuggire al proprio destino. Quel giorno sarei dovuto morire, solo non nella maniera che avevo deciso. L’universo è riuscito anche a togliermi quell’ultima libertà. Credevo di avere controllo della mia vita e che tutto si sarebbe sempre mosso per realizzare i miei desideri e capricci. Mi sbagliavo. Oh, quanto mi sbagliavo! Ero così impegnato a commiserarmi che non mi accorsi subito della stella.
Era apparsa all’improvviso proprio in mezzo al mio campo visivo. Seppur piccola e flebile riuscii di nuovo a indirizzare lo sguardo verso qualcosa, dopo che i fuochi si erano spenti. Non mi accorsi subito che stava diventando sempre più intensa, o meglio, sempre più vicina. Sul momento mi chiesi se la morte avesse dei meccanismi tutti suoi per venirsi a prendere un moribondo come me. Si fermò a poco più di un paio di metri sopra di me. Era rettangolare ed emetteva uno fischio, uguale in tutto e per tutto, a una stupida luce d’emergenza. Come apparsa dal nulla, tra me e la luce si aprì una porta e così capii di trovarmi disteso per terra. Ne fece capolino un uomo di cui non riuscivo a distinguere i lineamenti.
«Signor Lette? È lei?» mi disse. «Cosa ci fa buttato per terra?»
Ne riconobbi subito l’accento straniero. Provai a rispondere ma non mi uscivano le parole di bocca.
«Oddio!» disse. «Mi deve perdonare»
Sparì per un attimo e un bagliore tremendo esplose tutt’intorno, costringendomi a chiudere gli occhi. Quando potei riaprirli, capii di trovarmi in un corridoio con decine di porte chiuse. Dall’altro capo, le porte dell’ascensore. L’uomo riapparve.
«Mi scusi ancora, ma è da poco che abbiamo rilevato questi uffici e non sono ancora molto pratico»
Mi porse una mano. «Venga» mi invitò «La aiuto a rialzarsi»
Allungai una mano per afferrare quella dell’uomo e con sorpresa notai che il corpo non mi doleva più. L’uomo mi aiutò ad alzarmi e mi invitò nell’ufficio. Ancora confuso lanciai un’occhiata al corridoio, ormai illuminato, prima che la porta venisse richiusa.
L’ufficio era terribilmente scarno: un finestrone sul fondo con le tende tirate, una scrivania e due sedie. Sembrava proprio che nessuno si fosse preso la briga di personalizzare l’ambiente. L’uomo si sedette dietro la scrivania e io presi posto davanti a lui, continuando a tastarmi in cerca delle ferite che fino a pochi attimi fa mi laceravano il corpo.
«La vedo leggermente confuso» iniziò a parlare l’uomo. «Per adesso, quindi, parlerò io. Prima di tutto, mi presento. Mi chiamo Federico Esposito e sono il presidente di questa filiale. Come può vedere, l’apertura della filiale è recente e siamo in cerca di personale. Ma immagino che lei voglia avere qualche informazione in più sul lavoro che svolgerà, sempre se vorrà accettare la nostra offerta. Prima che continui, ha qualche domanda?»
Cercavo di seguire il discorso di quell’uomo, ma non riuscivo ancora a dare un senso a cosa mi era accaduto. Mi trovavo sul fondo di un pozzo oscuro, e prima ancora in un teatro. Non capivo come fossi riuscito a tornare nel corridoio. Mi ero davvero spostato, oppure ero sempre rimasto dentro quel corridoio? E, soprattutto, le ferite che avevo subito che fine avevano fatto? Forse era stata tutta un’allucinazione, ma non ho mai sofferto di disturbi di questo tipo e non ho mai assunto nessun tipo di allucinogeno. Avevo solo una domanda e l’uomo davanti a me aveva la risposta o, almeno, ne ero convinto.
«Cosa mi è successo in quel corridoio?» gli chiesi senza preoccuparmi di dargli spiegazioni.
«Ah» rispose. «Quello era una specie di test. Vede: dovevo capire se lei avesse le potenzialità per svolgere il lavoro. A quanto pare, direi proprio di sì! Congratulazioni!»
«Mi deve perdonare» gli dissi leggermente stizzito. «Ma non ha risposto alla mia domanda»
«Adesso ci arrivo, non si preoccupi. L’esperienza che ha vissuto è parte essenziale del lavoro che svolgeremo insieme. Diciamo che è lo strumento fondamentale. Senza di esso non avremmo potuto fare quello che abbiamo fatto nelle altre città. Dieci mesi fa decisi che la grande città di Arsta aveva bisogno della nostra azienda e, dopo aver organizzato tutto, mi è stata affidata la gestione di questo ufficio. E, le devo confidare, non vedo l’ora di iniziare»
«Sì» gli dissi. «Ma cosa fa la sua azienda?»
«Impediamo al mondo di cadere in pezzi» mi rispose con un sorrisetto.
«Cosa?» gli chiesi incredulo. Ripreso pieno controllo di me stesso, non potevo credere all’assurdità di quella risposta.
«Provi a immaginare» iniziò il presidente. «che il mondo intero non si sostenga solo sulle leggi della fisica. Vi è una forza latente che tiene uniti gli esseri umani. Sa, quell’energia che ci permette di prendere decisioni, camminare o, in una parola, vivere. Tutti noi condividiamo quella forza ed essa svolge una funzione essenziale nell’impedire all’umanità di autodistruggersi. Se l’energia dell’umanità punta troppo in direzione negativa piuttosto che positiva si potrebbe scatenare una serie di eventi catastrofici. Al contrario una tendenza troppo positiva potrebbe portare a un’eccessiva inerzia nelle persone impedendo la crescita collettiva. Onde evitare simili problemi, l’azienda ha sviluppato lo strumento che lei ha appena esperito per mantenere in equilibrio questa energia»
«Senta» lo interrompo. «Trovo molto difficile credere a ciò che mi sta raccontando. È la prima volta che ne sento parlare e non ci sono ricerche o pubblicazioni scientifiche tra le molte che consulto che trattino di questi argomenti. Cioè, mi chiedo, perché ha chiamato proprio me? Io sono un medico!»
«E chi meglio di lei per curare l’umanità? Ha visto cosa riesce a fare. Potrebbe entrare all’interno della psiche umana come si fa con una casa o una caverna. Dice che trova difficile credermi? Lei in prima persona si è trovato a passeggiare nella sua mente come se nulla fosse!»
«Come se nulla fosse?! È stata un’esperienza orribile! Ho temuto di non uscirne vivo e lei mi sta dicendo che è stata colpa di questo suo strumento?! Dovrei denunciarla, altro che farmi assumere!»
«Per questo non ho scelto lei a caso» mi rispose sornione. «Non ha più niente da perdere se non sbaglio, no?»
«Ma come si permette?» gli risposi indignato. «Io sono un uomo rispettabile e non permetto a uno straniero qualunque di giudicarmi!»
Senza riflettere ero scattato in piedi e stavo pensando seriamente di andarmene. Se lo avessi fatto, forse, adesso non starei scrivendo questa lettera d’addio.
Lui mi guardò per un attimo, più per fare una pausa a effetto che per riflettere su quello che avevo detto.
«Senta» disse infine. «Prima ho seguito il suo percorso. Ho visto ciò che lei ha vissuto. In più conosco lo scandalo che l’ha coinvolta, se vogliamo chiamarlo così. Se lei non fosse stato un membro dell’élite, a quest’ora starebbe già in galera o sotto processo. Quindi non mi venga a parlare di rispettabilità perché per me lei ne ha molta poca dopo quello che ha fatto»
«Ma è stato lei a contattarmi!»
«Sì, perché lei può svolgere il lavoro, ma questo non significa che mi deve piacere. Eppure non è questo il punto. Siamo qui per permettere al mondo di continuare a esistere. Chi sono io o chi è lei sono argomenti che non hanno alcuna importanza»
«Vedo molto difficile che quello in cui crede sia vero...»
«Davvero? Lei quanti suicidi ha sventato? Quante guerre ha impedito senza che nessuno venisse ucciso? Quante volte ha impedito che venissimo tutti vaporizzati da una bella pioggia di bombe? Quante mogli ha salvato dai propri mariti? Quante figlie dai propri padri?»
«Ho salvato molte persone»
«Lei cura la malattia. Io impedisco che la malattia appaia. Veda: il motivo per cui non ha mai sentito parlare di noi è perché i nostri successi sono quelle giornate in cui non è accaduto nulla di tragico. Il nostro è un lavoro molto duro, non glielo voglio nascondere. Eppure i risultati sono più che evidenti: se uno ha la forza di volontà di continuare potrebbe riuscire a comprendere la psiche umana a un livello mai sperimentato prima. So che la cosa la incuriosisce, come so già che tutto quello che stiamo dicendo è superfluo. Lei vuole questo lavoro, o sbaglio?»
In quel momento mi sentivo completamente assoggettato dallo strano carisma di quell’uomo. A lui non interessava chi io fossi o cosa avessi fatto. Era proiettato verso un obiettivo, e raggiungerlo era tutto ciò che gli importava. Rispettavo questa determinazione e, per un momento, lo invidiai. Io ero così succube della considerazione degli altri. Desideravo ardentemente essere rispettato. Per lui, invece, contava solo ciò che andava fatto, a prescindere che il suo operato venisse riconosciuto dagli altri. Dovetti ammettere che ciò lo rendeva un uomo migliore di me.
«No. Non sbaglia» gli risposi infine. E sia maledetto quel momento.
Finito quel colloquio mi ritrovai subito a lavorare. Avevo una stanza personale con una scrivania spoglia, una sedia e un distributore di cibo e bevande. Lì dentro ho vissuto negli ultimi mesi. Per le prime volte il presidente mi fece un po’ di apprendistato, accompagnandomi all’interno di alcune menti e spiegandomi come modificarne l’essenza più profonda. Scoprii l’incredibile potere che quello strumento poteva esercitare e me ne sentii in un primo momento ubriaco. Potevo letteralmente riscrivere la mente delle persone: ero io a decidere quali sarebbero stati i loro pensieri, quelli presenti e quelli futuri. Era eccitante sotto un certo aspetto. Il mio primo pensiero, invece, fu di trarne un vantaggio personale, ma ero costantemente controllato dal presidente o, meglio, non potevo sapere quando sarebbe intervenuto durante una sessione, per cui non potevo prendermi troppe libertà. Non che poi avrei potuto farci qualche cosa.
Approfitterei di questo momento per raccontare come svolgevo quel nuovo lavoro e su come avvenivano le immersioni. Partiva tutto da una pila di documenti posti sulla destra della scrivania. Veniva aggiornata quasi ogni giorno da non ho mai scoperto chi: l’unica cosa che capivo era che i fogli non riuscivano mai a diminuire. Ogni documento era composto da informazioni personali con foto allegata del soggetto di turno. Tutto quello che dovevo fare era leggerne le generalità. Successivamente andava inserita all’interno del macchinario, l’Emettitore di Pensiero, essenzialmente una scatola grigia con una fessura per inserire i fogli. La macchina a quel punto elaborava i dati del documento e iniziava a emettere delle frequenze. A quel punto dovevo solo chiudere gli occhi e nel giro di pochi secondi mi trovavo a vagare per la mente del soggetto. L’emissione delle frequenze aveva sempre la durata di dieci minuti per impedire un’immersione troppo prolungata. Nonostante questa accortezza, il tempo reale dell’immersione era molto variabile: per esempio ho vissuto due settimane all’interno della mente di un pescatore che faceva pensieri osceni sulle amiche della figlia. Una volta riemerso non dovevo far altro che compilare un rapporto e lasciarlo sulla sinistra della scrivania. Ogni sera qualcuno veniva a raccogliere tutti i rapporti.
Così passavo la quasi totalità del tempo dentro le menti di quante più persone possibile. Non di certo per l’assurda convinzione di salvare il mondo, ma per apprendere il più possibile sull’animo umano. Il presidente aveva capito chi io fossi prima ancora del nostro incontro. È riuscito a intuire come funzionasse la mia mente e ha mosso i fili giusti per convincermi a fare ciò che lui voleva che facessi. Volevo ottenere quella capacità e, quindi, volevo comprendere il funzionamento della mente umana. Ma, ancora una volta, le cose non andarono come avevo pianificato.
La prima mente in cui mi immersi era di una maestra di scuola: nel momento in cui entrai venni sommerso da anni e anni di abusi da parte dei genitori. Venni trascinato in una spirale di dolore che scavava sempre più nel profondo della sua psiche. In confronto il pozzo della mia mente non era nulla. Reso cieco dall’oscurità, sordo dalle infinite grida e distrutto da continue percosse ero certo che mi sarei perso per sempre. Fortunatamente il presidente era con me: mi insegnò come vivere quelle terribili esperienze mantenendo una parte della mia psiche al sicuro. Solo in quel modo era possibile rimodellare le menti.
Fu così che vidi per la prima volta la forma sommersa di una mente. Era come una specie di pentagramma le cui linee curvavano e si annodavano senza un ordine preciso. Il mio scopo era sciogliere i nodi più traumatici e reindirizzare le azioni future delle persone. La maestra, infatti, era ossessionata da immagini di atti pedofili, probabilmente generati dalle violenze subite da piccola, ma non ancora concretizzati. Il presidente mi spiegò che noi non potevamo modificare i ricordi del passato — i traumi sarebbero sempre rimasti lì — bensì potevamo influenzare il modo in cui le persone si sarebbero comportate in futuro, eliminando il collegamento tra trauma e comportamento. Il presidente mi mostrò come riconoscere e districare questi nodi mentali per ottenere i risultati giusti. Era incredibile quanto potessi andare in profondità. In breve tempo entrare nella mente di chiunque finisse sulla mia scrivania divenne semplice come leggere un libro.
Anche troppo semplice. Entrai nella mente di un impiegato di banca che nascondeva il desiderio di fare una strage in ufficio: lo portai a cambiare lavoro. Sondai i traumi di una quindicenne intrappolata in una relaziona tossica con un quarantenne: la convinsi a lasciarlo e ad andare alla polizia. Scoprii i sogni perversi e orgiastici di un cuoco vergine che passava ogni momento libero a masturbarsi sulle clienti: lo convinsi ad andare in terapia.
Non facevo nient’altro. Le mie giornate erano scandite da innumerevoli perversioni e infiniti traumi: dietro il volto di ogni essere umano che sondavo si nascondeva un universo di depravazione e mostruosità talmente vasto che avrebbe potuto inghiottire il mondo intero. Immergendomi, infine, capii cosa intendesse il presidente: il mio tentativo di risanare quell’oscurità era l’unico modo per salvare il mondo da quegli atti scellerati. Se tutti loro avessero dato sfogo alle loro pulsioni più segrete, presto l’umanità avrebbe divorato se stessa.
Eppure non ne avvertivo alcuna responsabilità. Col passare delle settimane l’unica emozione che provai fu il disgusto. Queste creature che si fanno chiamare umane non fanno altro che desiderare violenza e morte. Le stesse persone che mi stavano mettendo alla gogna per lo scandalo, al mio posto si sarebbero comportate allo stesso modo, se non peggio. Questa consapevolezza era — e tuttora ancora lo è — inaccettabile, eppure continuai a entrare in quelle turpi menti. Volevo capire perché tutti celassero simili orrori nelle proprie menti e, soprattutto, ero curioso di trovare qualche eccezione, ma non ne trovai.
L’ufficio provvedeva a ogni mia esigenza: cibo, cambi d’abito e una stanza per dormire. In pratica mi ero ritrovato a vivere lì dentro senza rendermene conto. Nonostante ciò, dopo ormai due mesi interamente dedicati al lavoro e, sopratutto, di completo isolamento, sentii la necessità di uscire. Dopo tutte quelle immersioni, sprofondato nelle più marce perversioni umane fino al collo, avevo bisogno di una pausa. Decisi di tornare a casa. Avevo intenzione di rilassarmi, magari andare a mangiare qualcosa di vero attorno all’ufficio: dopotutto quella zona era piena di localini discreti. Tuttavia non sono riuscito a trovare alcun tipo ristoro: come misi piedi fuori l’ufficio, evitando di proposito lo sguardo fin troppo sorridente della donna alla reception, apparvero loro.
Ero ormai uscito dall’edificio quando notai di essere seguito dalla maestra potenzialmente pedofila. Levitava a pochi centimetri da terra, come una specie di strano fantasma, il volto deformato da un’espressione di profondo dolore. Come si accorse del mio sguardo iniziò a urlare a squarciagola. La sua apparizione mi terrorizzò e scappai via, in direzione di casa mia. Non riuscivo a capire cosa stesse accadendo: forse tutte quelle immersioni avevano avuto delle conseguenze sulla mia psiche, provocandomi quelle allucinazioni.
Mi mescolavo tra la folla pomeridiana intenta a scegliere in quali locali passare la serata, mentre sentivo sudore freddo scendermi lungo la schiena. Ogni volta che mi voltavo verso la presenza, ne riconoscevo altre che a lei si univano nell’inseguimento: erano tutti quelli di cui avevo sondato la mente. Alcuni di loro urlavano, altri ridevano a crepapelle, altri ancora si disperavano, mentre alcuni si limitavano a fissarmi con un inquietante sorriso stampato in faccia. Giuro su ogni forza di questa terra, che non ho mai provato un terrore simile.
Le entità mi hanno seguito fino in casa, e ora sono qui con me, tutte concentrate a seguire la scrittura di questa mia lettera d’addio. Fin tanto che continuo a scrivere seguono i miei movimenti e leggono le mie parole, tanto interessate da fare silenzio. Di contro, non appena alzo la penna dal foglio, ripartono con la loro baraonda infernale.
Prima di sedermi a scrivere non capivo perché fossero apparse una dopo l’altra ma, adesso che ho quasi concluso questa lettera, ho capito. Questa è la mia punizione per aver abusato di quelle povere donne. Io faccio parte di questa parata di folli e pervertiti che mi circonda. Sono un elemento dannoso per questo mondo e vado corretto. La mia sola esistenza è un pericolo per la vita di tutti. L’aver lavorato per dare una possibilità a queste persone non basta per mondare la mia colpa e credo che nulla potrà mai farlo.
Non ci sarà alcuna redenzione per me e, quindi, ho qui deciso di farla finita. Alla fine sono tornato al vecchio piano. Spero che il mio ultimo gesto porti serenità a tutte le mie vittime e che l’oblio eterno mi prenda rapidamente. Negli ultimi mesi ho avuto una profonda esperienza in materia di dolore, ma ancora lo temo.
Il mio unico rimpianto è di andarmene circondato dalle grida di queste turpi entità. Chissà se mi seguiranno oltre la ringhiera del mio balcone, fino all’aldilà? Credo che lo scoprirò molto presto.
Prima di sedermi a scrivere non capivo perché fossero apparse una dopo l’altra ma, adesso che ho quasi concluso questa lettera, ho capito. Questa è la mia punizione per aver abusato di quelle povere donne. Io faccio parte di questa parata di folli e pervertiti che mi circonda. Sono un elemento dannoso per questo mondo e vado corretto. La mia sola esistenza è un pericolo per la vita di tutti. L’aver lavorato per dare una possibilità a queste persone non basta per mondare la mia colpa e credo che nulla potrà mai farlo.
Non ci sarà alcuna redenzione per me e, quindi, ho qui deciso di farla finita. Alla fine sono tornato al vecchio piano. Spero che il mio ultimo gesto porti serenità a tutte le mie vittime e che l’oblio eterno mi prenda rapidamente. Negli ultimi mesi ho avuto una profonda esperienza in materia di dolore, ma ancora lo temo.
Il mio unico rimpianto è di andarmene circondato dalle grida di queste turpi entità. Chissà se mi seguiranno oltre la ringhiera del mio balcone, fino all’aldilà? Credo che lo scoprirò molto presto.
Dott. Fenix Lette
