Racconti brevi

Finalmente, il mare


Quella sarebbe dovuta essere una sera speciale. Stavo tornando insieme ai miei fratelli dal recinto dei cammelli, dopo averli preparati per la notte, ancora con il fucile da caccia sottobraccio, diretti verso il centro del nostro villaggio dove avevamo montato la tenda principale, dimora della Donna Falco. Si era già radunata una piccola folla tutt’attorno e i più giovani sgomitavano per farsi largo tra la folla, rimproverati dagli sguardi severi degli anziani. Dopotutto quella non sarebbe stata una sera come le altre: la Donna Falco avrebbe guardato negli occhi del mondo.
Non mi mescolai tra la folla ma, lasciato il mio fucile a mio fratello maggiore, me ne stetti in disparte prendendo qualche boccata dalla pipa d’osso che mi aveva lasciato mio padre. Era il mio tesoro: intagliata da un osso a formare un falco rampante, il simbolo della nostra comunità.
Il fumo saliva verso il cielo infuocato dal tramonto, mentre lasciavo vagare lo sguardo oltre le tende, oltre il recinto dei cammelli, oltre la pozza d’acqua e il canneto, fin oltre le alte dune che disegnavano la piccola valle dove il Capo aveva scelto di piantare il nostro campo, nel rispetto delle orme lasciate dai nostri padri. Non ho mai conosciuto null’altro che il Deserto e mi ritengo fortunato. Giù a Sud, lungo le coste del Mare del Sole, è apparsa un’infinità di uomini orientali che stanno schiavizzando altri gruppi e fondando insediamenti. “Si fanno chiamare Imperiali e hanno delle armi tutte loro” mi disse Mazzocco quando passò con la sua carovana un paio di mesi fa. “Ho detto al vostro Capo di spostare il vostro campo, ma non mi ha voluto dare retta” mi disse così. Eppure non è arrivata nessun altra notizia: dopotutto il mare è qualcosa che non riuscirei neppure a immaginare. Conosco il grande fiume a Occidente dove risiediamo nella stagione calda, ma il mare... Pura follia. Chi si fiderebbe di un’immensa distesa d’acqua senza neanche un po’ di sabbia dove affondare i piedi stanchi?
Mentre ero distratto dalle mie fantasie, arrivò il Capo che si fece largo lanciando i più giovani e chiedendo agli anziani di lasciarlo passare per aprire l’accesso alla tenda centrale. In pochi attimi tutti si fiondarono all’interno, immuni alle grida del Capo che cercava di acchiappare per il colletto delle camicie alcuni ragazzini sghignazzanti. Solo quando la folla era quasi del tutto defluita, io mi avviai verso la tenda, lasciando cadere la cenere dalla pipa e infilandola nella borsa a tracolla. Il Capo, esausto e afflitto mi vide arrivare e mi salutò alzando la mano. Io ricambiai e mi fermai a un metro da lui.
«Almeno qualcuno sa ancora come comportarsi in questa gabbia di matti» disse.

«Sono giovani. Lascia che lo dimostrino. Anche tu eri così: ricordi le nostre scappatelle al bordello di Meiessa?»

Lui mi guardò torvo: «Almeno non davamo fastidio a nessuno. Non hanno rispetto neppure dei nostri riti più antichi!»

«È perché non vi hanno ancora assistito. Quando è avvenuta l’ultimo vaticinio? Trenta? Trentacinque anni fa? Eravamo bambini all’epoca...»

«Trentasei per l’esattezza. Ed è incredibile come quella donna non sembri cambiata di un giorno»

«Sono sicuro che lei non la pensi così»
Detto questo entrammo insieme all’interno, ma il Capo subito si fiondò contro dei ragazzini che sembravano troppo interessati ai paramenti sacri. Io restai in piedi poco distante dall’ingresso, in attesa dei miei fratelli. Probabilmente stavano approfittando della mia assenza per spazzolarsi la cena che nostra madre ci preparava ogni volta che uscivamo per la caccia settimanale. Lo stomaco gorgogliava ma rimasi al mio posto. Non mi sarei mai perso quell’evento. Per me era troppo importante.
Ormai gomito a gomito, non c’era più spazio per far sedere altri. L’aria iniziava a farsi calda e densa, colorata dagli incensi costantemente accesi. “Agevolano il passaggio delle voci divine” mi diceva quando andavo a trovarla da giovane per l’apprendistato.
In attesa dell’evento mistico un fermento d’impazienza andava saturando lo spazio. Il vaticinio era un evento fondamentale per le nostre vite: l’ultima volta fummo costretti a spostare tutto il campo in un paio di giorni perché la Donna Falco aveva previsto l’esondazione del fiume. La cosa avvenne il terzo giorno dopo aver spostato a monte il campo. Io ero troppo piccolo all’epoca, ma ricordo che mio padre e mio fratello maggiore erano accorsi per aiutare coloro che erano stati travolti dalla furia del fiume.
Lo spegnersi del brusio generale mi destò dai pensieri. La Donna Falco aveva fatto la sua comparsa. Avanzava tra di noi senza prestare attenzione ad alcuno, cadenzando ogni suo passo con il bastone. Il lungo mantello di piume dorate lambiva il terreno. Il volto dipinto di bianco e blu. Il suo atteggiamento mi generò uno strano effetto: di solito è la donna più allegra e socievole di tutta la nostra comunità, mentre adesso sembra un’altra persona. Fredda. Distaccata. Distante.
Al centro della tenda erano stati disposti due recipienti: in uno, acqua, nell’altro, tizzoni accesi. La Donna Falco vi si portò in mezzo e con grande forza conficcò la punta del suo bastone nella morbida sabbia, rendendolo di fatto un totem. Tutti noi la osservavamo in assoluto silenzio e per chi non aveva mai assistito a quel rituale, la meraviglia era difficile da contenere, e ogni tanto sfuggiva qualche esclamazione, specialmente dai più giovani. Io, di contro, avevo i nervi a fior di pelle: quale calamità sarebbe stata predetta? Come trascorreremo i prossimi giorni? Qualunque sia il risultato del vaticinio dovrò essere pronto a darmi da fare come mai.
Vidi la Donna Falco disegnare con mano esperta la Donna Falco delle strane forme nell’aria, al ritmo di parole per me incomprensibili. A un suo gesto l’acqua da inerte iniziò ad agitarsi, come scossa da chissà quale turbamento, con migliaia di piccole onde che ne increspavano la superficie. A un tratto esplose in un potente getto che salì fino a sfiorare il soffitto della tenda, per poi lasciarsi cadere, come esausta, verso il basso. Con mio grande stupore non cadde in terra, ma si fermò a pochi centimetri dal palmo teso della Donna Falco, formando una sfera perfetta: al suo interno, per la prima volta in vita mia, compresi cosa fosse il mare. Non era altro che una piccola sfera fluttuante, ma al suo interno riconobbi delle profondità tanto oscure e totali da annientare qualsiasi volontà umana. Sentì cedermi le ginocchia e dovetti reggermi a uno dei supporti della tenda. L’acqua è qualcosa di terrificante, ben diverso dalla sabbia, familiare e rassicurante. Guardando la sfera fluttuare percepì un cambiamento: l’atmosfera era divenuta molto più pesante e tutti i rumori esterni, come il sibilo del vento, erano stati cancellati. Il mondo veniva chiamato al cospetto della nostra comunità.
Sorreggendo il mare nella sua mano, la Donna Falco parlò: «Come tutti noi sappiamo fin dalla Prima Carovana, la vita di ogni creatura dipende dall’acqua. Essa è forza, tanto gentile quanto distruttiva. Grazie a essa dissetiamo i nostri animali. Grazie a essa sopravviviamo al calore del deserto. Essa è per noi madre e guida e, in virtù di ciò, la veneriamo»
Si interruppe per far girare lo sguardo su tutti noi, soppesando le nostre reazioni. Quando arrivò il mio di essere guardato, non riuscì a riconoscere nei suoi occhi la donna che avevo imparato a conoscere negli ultimi trent’anni.

«Ma l’acqua» continuò solenne «non ha creato il mondo con le sue sole forze. Essa ha un compagno.»

La Donna Falco levò in aria la mano sinistra e i tizzoni ardenti iniziarono a sollevarsi dal secondo recipiente, disegnando per l’aria eliche di scintille e fiammelle.

«Il fuoco è il suo compagno. Le è opposto ma a essa è legato. È distruttore e costruttore al contempo. Riscalda e illumina. Scava e forgia. Ci permette di vedere oltre l’oscurità dell’ignoranza, come i nostri padri fecero quando levarono gli occhi alle stelle per poter comprendere in che direzione puntare i propri passi. Per questo lo veneriamo»

Con la placida acqua in un palmo e lo sfolgorante fuoco nell’altro, la Donna Falco allargò le braccia.

«All’Inizio i due amanti si incontrarono e plasmarono il mondo. Da quella volta mai più si unirono. Oggi io gli permetto di incontrarsi nuovamente per poter udire le loro divine parole»

Con grande forza la Donna Falco batté le mani e i due elementi si scontrarono, generando una violenta nube di vapore. La donna sparì alla nostra vista. Molti dei più giovani si spaventarono. Io rimasi immobile.
Veloce come era apparso, il vapore iniziò a vorticare, addensandosi attorno a una sfera di carbone nero sospesa nell’aria. Insieme crearono un nuovo globo che ruotava intorno al proprio asse.

«Ecco» disse la Donna Falco. «Il mondo è fatto! Fuoco e acqua hanno generato terra e aria. Essi, i primigeni, sono le fondamenta della vita stessa. Ci permettono di respirare, diffondere e ascoltare i nostri canti, di godere della rara benevolenza della pioggia, di trarre frutti e di erigere le nostre case. Per questo noi li veneriamo.»

Voci e esclamazioni di meraviglia dalle bocche spalancate dei più giovani: si erano ormai fatti prendere dall’euforia e non la smettevano di fare confusione. Il Capo fu costretto a scattare in piedi per far spegnere il brusio: solo a quel punto la Donna Falco continuò il rituale.

«È da qui la nostra venuta. Sostenuti dalla terra e avvolti dall’aria, i nostri padri iniziarono a domandarsi da dove provenissero gli dei. Se il mondo è stato generato dagli elementi, da chi o da dove provengono questi ultimi? Quale divinità è la madre di tutti loro e quindi la nostra somma genitrice?»

Altre forme vennero disegnate nell’aria dalle sapienti mani della Donna Falco. La sfera esplose, trasfigurando il tessuto della tenda in un meraviglioso cielo stellato. Sfavillanti fiumi dorati su uno sfondo di imponderabili colori, carichi di elettricità e vita pulsante. Visione eccezionale da contemplare. Perfino i più anziani, alcuni ancora memori dei passati vaticini, sciolsero le loro espressioni impassibili in sorrisi.

«I nostri padri compresero che l’origine di tutto proviene dalle vastità del cielo siderale, dove dimora la Luce. In quel luogo dimora la più somma, colei che ha posto in essere la via da percorrere, colei a cui dobbiamo realmente ogni cosa. Per questo, la veneriamo.

«Da quel momento i nostri padri iniziarono a guardare alle stelle e tentarono di comprendere il disegno divino. Oggi, imiteremo il loro sguardo. Attenderemo che la Luce giunga in mezzo a noi, nel momentaneo rifugio sicuro che insieme abbiamo qui creato»
Nuove misteriose e potenti forme nell’aria. Il trucco sul volto della Donna Falco iniziava a sciogliersi a causa del sudore che andava colando. All’unisono tutte le stelle, che fino ad un momento prima vorticavano in sinuosi fiumi danzanti, si concentrarono e addensarono in un unico punto che divenne tanto luminoso che dovetti distogliere lo sguardo. Attorno a esso regolari bracci formati da altre stelle meno luminose: uno splendido fiore, manifestazione della Luce. Il nucleo dell’apparizione pulsava, emettendo bagliori ritmici.

«Si!» urlò la donna. «La Luce è qui tra noi!»

Il battito diventava sempre più rapido. La maggior parte di noi pregava osannanti verso la Luce, alcuni intimoriti si ritraevano non riuscendo a comprendere gli eventi. Io ero pietrificato a osservare la Donna Falco inginocchiarsi a venerare la dea. Le sua mani protese al cielo, persa nell’ascolto di una voce che solo lei sembrava udire.
Tutto era unito a quel battito ritmico. Ognuno di noi lo percepiva dentro il proprio petto: le nostre anime connesse in una danza immobile di luce e speranze. La Luce sempre più intensa e il battito sempre più veloce crearono fantasmagorie di ombre proiettate sul cuoio della tenda. Sentivo che non avrei sopportato ancora quella vista: la presenza divina era soverchiante per il mio corpo e la mia mente. Dovetti distogliere nuovamente lo sguardo. Ma cosa stanno facendo i miei fratelli?!

Un tremendo bagliore si propagò dal centro della spirale per poi eruttare in milioni di stelle che caddero su di noi. Una a una si spensero, lasciandoci nell’oscurità della notte.
Nel buio totale la Donna Falco collassò, sfinita in mezzo a noi. Dalla sua mano scintillava ancora una piccola fiamma, appena sufficiente a illuminarle il volto, rigato da lacrime che le avevano definitivamente sciolto il trucco. Aprì la mano che conteneva la fiammella. La avvicinò al volto fissandola con titubanza per un momento. Poi la inghiottì con lo sguardo basso. Restò così per qualche secondo, tanto immobile che suscitò le preoccupazioni di qualcuno a lei più vicino che mosse qualche passo in sua direzione. Improvvisamente, però, la Donna Falco scattò in piedi, il viso segnato dal terrore. Vedevo che muoveva le labbra, mormorando qualcosa tra sé e sé, ma non riuscivo a sentirla. Eppure il mio sesto senso mi stava mettendo in allarme: qualcosa di terribile sarebbe presto accaduto. Dovevo essere pronto a reagire, ma nulla nella mia esperienza avrebbe potuto prepararmi a quello che mi stava attendendo tra la sabbia, ormai bagnata dalla luce della luna.
Le stuoie che chiudevano l’ingresso della tenda si mossero e apparve mio fratello maggiore. Era ricoperto di sangue. Crollò al suolo subito dopo essere entrato e senza esitazione mi chinai su di lui: riuscivo solo a pensare “È il suo o no?”. Lo voltai per farlo mettere seduto e scoprii la risposta a quella domanda: il braccio destro gli era stato strappato via. L’orribile ferita sanguinava copiosamente e portava segni di bruciatura. Una belva non avrebbe mai potuto provocare una lacerazione simile, quindi doveva essere per forza un’arma: ma quale? Mio fratello respirava a fatica e dal sudore che gli bagnava la pelle, mescolandosi con il sangue, doveva aver fatto una lunga corsa.
Qualcuno dei presenti si precipitò all’esterno, mentre il Capo si chinò su mio fratello, pronto ad aiutare. I più giovani si radunarono attorno alla Donna Falco e l’aiutarono a sorreggersi, ancora sconvolta per il vaticinio. Alcuni anziani le stavano chiedendo insistentemente cosa avesse visto, mentre il panico iniziava a serpeggiare in mezzo a noi. Io non riuscivo a staccare lo sguardo dal viso di mio fratello. Solo pochi minuti prima andava tutto bene. Dovevo chiedergli cosa fosse successo.

Quando lo interrogai, lui mi guardò senza capire e non fece altro che afferrarmi la spalla con la mano rimastagli.

«Fratello» disse con una voce irriconoscibile. «Nostra madre...»

Era terrorizzato ma cercava in ogni modo di trattenere le lacrime. Anche in una situazione del genere era capace di mantenere l’autocontrollo e di concentrarsi sugli altri piuttosto che su se stesso. Aveva parlato di nostra madre, ma nostro fratello dov’era finito? L’ansia mi artigliò lo stomaco. Iniziai a sentire la testa fin troppo leggera. Guardai il Capo per ricevere qualche consiglio, ma il suo volto era teso almeno quanto doveva essere il mio. Qualcuno chiamò allarmato dall’esterno e iniziarono tutti a uscire dalla tenda. Io e il Capo aiutammo mio fratello a mettersi in piedi e tutti e tre uscimmo nell’aria notturna del deserto.
L’oscurità era interrotta da decine di coni di luce che si innalzavano oltre la duna che segnava il confine del nostro campo. Si riusciva anche a udire il suono di un qualche macchinario avvicinarsi. Restammo tutti quanti lì, terrorizzati e incuriositi da quei suoni sconosciuti così fuori luogo nel deserto. Saremmo dovuti scappare tutti in quel momento, magari le cose sarebbero andate diversamente...
La Donna Falco fu l’ultima a uscire dalla tenda. Ci superò scambiando con il Capo uno sguardo carico di una consapevolezza che non riuscivo a cogliere. Almeno sembrava aver riacquisito le forze. Portava ancora la veste rituale di piume dorate sulle quali si rifletteva la poca luce notturna. Dopo aver fatto accomodare mio fratello su una delle tante casse fuori la tenda, il Capo la seguì come il suo ruolo prevedeva. Mentre si allontanava diedi un’altra occhiata a mio fratello. Il volto era fin troppo pallido. Gli toccai la fronte: era freddo. Dovevo fare qualcosa. Mi tolsi la cinta dei pantaloni e la usai per stringere il moncherino. Lui ebbe un sussulto per il dolore, ma mi fece capire con un cenno di proseguire. Poi con il coltello tagliai via una manica della camicia che indossavo e coprii la ferita alla meglio: sempre meglio di niente. Dovevo partire immediatamente verso occidente per cercare un medico.
Nel frattempo il Capo e la Donna Falco avevano raggiunto la sommità della duna, seguiti da altri cacciatori che avevano avuto l’accortezza di armarsi. Sentii il Capo salutare i nuovi venuti con tono autoritario. Il rumore si arrestò e le luci puntarono tutte su lui che alzò la mano in segno di pace e sparì oltre la duna, seguito da tutti gli altri.
Per diverso tempo non riuscì a sentire più nulla. Le trattative dovevano essere in corso. Iniziai a credere che, forse, non erano state quelle persone a ferire mio fratello: avevo dato per scontato che i due avvenimenti fossero collegati. Un paio di persone si avvicinarono per assistere mio fratello, giungendo alle mie stesse conclusioni: saremmo dovuti partire immediatamente verso Ovest, lungo il corso del Fiume degli Antenati. Lì avremmo trovato i villaggi stanziali, dove eravamo soliti procurarci ciò che il deserto e i mercanti non potevano fornirci.
All’improvviso, uno sparo da oltre la duna cancellò ogni traccia di sollievo. Il rumore ricominciò seguito da urla e spari. Tutti compresero cosa stava accadendo. Alcuni di noi corsero verso la duna. Molti si sparpagliarono. Due donne entrarono nella tenda principale dove erano rimasti i bambini.

Io, invece, avevo solo un compito: portare la mia famiglia in salvo. Mi caricai nuovamente mio fratello sulla spalla e mi diressi verso la mia tenda. Vidi i bambini fuggire in gruppo verso il deserto, nella direzione opposta degli spari: anche senza una guida conoscevano molto bene il deserto. Se la sarebbero cavata.

Nell’oscurità raggiunsi la nostra tenda. Scostai il drappo di lana con lo stemma del falco ed entrai. Non c’era nessuno. Possibile che fossero già scappati? Adagiai con cautela mio fratello ormai esanime sul letto più vicino - il mio – e mi sedetti al suo fianco, organizzando le idee. Fucile. Carro. Cammello? No. Troppo lontano. Allora il carretto.
Mi alzai e uscii all’esterno per recuperare il piccolo carretto, praticamente un’asse di legno con due ruote, che usavamo per trasportare le prede. Lo portai dentro e con uno sforzo immane vi posi mio fratello. Mi guardai intorno alla ricerca di uno dei nostri fucili. Niente. Com’era possibile? Dove erano finiti? Mi maledissi per non essere tornato a casa con la mia famiglia. Volevo assistere al vaticinio... Che idiota. Imprecando afferrai l’ultima borraccia d’acqua, e uscii tirandomi dietro il carretto.
In quel momento la terra tremò. La duna che ci separava dagli stranieri crollò su se stessa per poi rialzarsi ancora più alta di prima, assumendo una forma allungata. Riuscii così a vedere la fonte di quel terribile rumore: un’enorme massa di metallo, sorretta da cingoli e illuminata da decine di torce, avanzava lentamente. Era sormontata da una specie di cono che emetteva costantemente dei lampi. Da esso partivano dei cavi, collegati direttamente agli strani fucili che i soldati impugnavano. In quel momento capii che quelli dovevano essere gli imperiali di cui mi aveva parlato Mazzocco. Decine di corpi caduti erano illuminati dalle torce. Il sangue inzuppava la sabbia tutt’attorno. Sperai che io fratello non fosse tra quelli. Gli invasori avanzavano verso la creatura, emettendo dai loro fucili raffiche di proiettili luminosi che la trapassavano senza causare danni evidenti. Di contro, la creatura scaricava sui soldati parti di essa, con una forza tale da ucciderli sul colpo. Ma da dove era apparsa? Solo la Donna Falco avrebbe potuto generarla. No. Non c’era tempo per le domande.
Mi diressi verso la duna più vicina. La luna a stento riusciva a illuminare la via. Come sarei sopravvissuto nel deserto in quelle condizioni? Mio fratello non sarebbe durato allungo. Non dovevo pensare neppure a quello. In quel momento l’unica priorità era fuggire il più lontano possibile. L’indomani mi sarei congiunto con i superstiti, insieme avremmo trovato un modo...

Ero quasi giunto alla duna quando da sopra di essa, vidi i fasci di luce di una serie di torce. Mi bloccai: avevano già circondato il villaggio. Come una fiamma spenta dal vento serale colorato dell’oro della sabbia, l’adrenalina defluì dal mio corpo. Caddi in ginocchio e iniziai a tremare dal freddo. In un attimo mi trovai circondato da non so quanti uomini. I fucili puntati alle nostre teste.
«E questo qui?» disse uno di loro.

«Voleva svignarsela» disse un secondo.

«Povero idiota» concluse un terzo.

Riuscii a percepire un fruscio e subito dopo la mia tempia sinistra esplose dal dolore. Mi ritrovai la bocca piena di sabbia. La sputai. Il corpo non voleva muoversi. Stavo perdendo i sensi. Sentii qualcosa di incredibilmente pesante sopra la schiena tenermi fermo al suolo, mentre qualcuno mi tirava per i polsi e li ammanettava dietro la schiena. Venni voltato a faccia in su, ma non riuscivo a vedere nulla.

La terra tremò di nuovo.

«Che cazzo è quella cosa?!» urlò uno dei soldati.

«Il motivo per cui siamo venuti qui, soldato» aggiunse uno che dal tono sembrava il capo.

«Io non mi metto contro quella cosa»

«Non preoccuparti» disse tranquillo il capo. «Guarda»

Un altro terremoto, seguito da una forte esplosione. Il cielo divenne chiaro per un secondo. Poi non sentii più nulla.

«Visto? Tutto risolto. Quella cosa è morta» disse il capo.

Morta?! La Donna Falco era morta?

«Adesso» aggiunse il capo. «Non ci metteremo molto a far fuori gli altri»

«Guarda il tizio su questo carretto» disse uno dei soldati. «È lo stronzo che ha ammazzato Gustave»

«Ma non erano in due?» chiese un altro.

«Ah sì? E lo avete catturato?» aggiunse il capo.

«È stato proprio Gustave a sparare in fronte all’altro. Era così contento di averlo centrato che si è fatto ammazzare da questo qui»

«In ogni caso» concluse rapido il capo. «Occupatevi di quello ferito e portate via l’altro. Sono stanco di questo deserto di merda»

Non riuscivo a mettere insieme le informazioni. Avevano appena detto di aver sparato in fronte a mio fratello? Avevano ammazzato anche mio fratello?! Mi tirarono su e mi trascinarono lontano dal carretto. “Aspettate” provai a dire ma uno sparo assordante mi ammutolì.
In quel momento qualcosa si spezzò. In pochi istanti avevano sventrato il mio mondo. Quella era la fine della nostra comunità. La Donna Falco doveva averlo visto, per questo era terrorizzata. Avevo perso ogni cosa. I miei fratelli ammazzati con una tale noncuranza. Il nostro Capo e i cacciatori uccisi senza fare troppe domande. Anche la Donna Falco non c’era più. E i bambini che fine avevano fatto? No. Era semplicemente troppo.
Ritrovai le forze e senza pensarci saltai al collo dei uno degli uomini che mi stavano trattenendo. Non potendo fare altro lo azzannai al collo, strappandogli un lembo di carne. Il sangue del soldato inzuppò la sabbia. Non mi importava cosa mi sarebbe potuto capitare: per la mia gente e per la mia famiglia pretendevo la mia giusta vendetta. Ne avrei lasciato cadavere almeno uno.

Non ebbi però il tempo di contemplare il risultato della mia prima vittima perché venni mandato nuovamente a dare un morso alla sabbia.
Il capo si chinò su di me e disse: «Sei un idiota»

Ricevetti un calcio nello stomaco per sottolineare il concetto.

«Mettetelo insieme ai bambini che non sono morti» lo sentii dire prima di perdere i sensi. «Se ne vanno tutti dritti a Selicco»

La colonia di Selicco, eh? Non sono riuscito ad avere giustizia ma, almeno, avrei finalmente visto il mare per la prima volta.

Fratello, a te sì che sarebbe piaciuto.
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